Torniamo a parlare di differenze di genere in ambito lavorativo. E, per quanto riguarda l’Italia, non ci sono buone notizie. La parità di compenso a parità di ruolo è sancita per legge: uomini e donne guadagnano la stessa cifra oraria, è vero, ma alla fine dell’anno il gap è ancora, purtroppo, molto grosso.

Dall'ultimo rapporto sul gender gap salariale che la Commissione Europea ha pubblicato il 3 novembre (giornata dedicata al tema perché nella media Ue, da quella data, rispetto ai colleghi uomini, le donne lavorano "gratis") risulta infatti che il differenziale uomo-donna sulla paga oraria lorda in Italia è fra i più bassi dell'Unione: il 5,3% contro una media dell'Europa a 28 del 16,2%. Peccato che passando invece ad un indice più generale sui redditi annui medi, ecco che il gap di genere vola al 43,7 % contro una media Ue del 39,6%.

 

Nel rapporto della Commissione si leggono le cause: "le posizioni alte, di management e gestione, in Italia, sono occupate in maniera schiacciante dagli uomini, che vengono promossi di più e pagati di conseguenza". Altro motivo del gap analizzato dalla Commissione Europea sono le frequenti interruzioni del percorso lavorativo: le donne lavorano meno ore per far fronte alla mancanza di un welfare che si occupi di vecchi e bambini. Quindi guadagnano di meno, versano meno contributi e vanno incontro a pensioni più basse. Una spirale dannosa per loro e per lo sviluppo del Paese come ci ricordano da anni gli studi di "In genere" o di "Valore D".

 

La situazione è abbastanza critica. Il livello del tasso di occupazione femminile è troppo basso rispetto al resto dell’Europa: 49% contro una media Ue del 62%, con punte negative fino ad un misero 29% in Sicilia. L’Italia prova a correre ai ripari con la proposta di legge presentata alla Camera da Laura Boldrini. "Questo testo è uno sforzo collegiale, ho incontrato centinaia di donne e di associazione per capire di cosa abbiamo bisogno - dice l'ex presidente della Camera - e sottoporrò la proposta alla firma delle deputate e dei deputati di tutte le forze politiche, perché il problema non riguarda le donne, ma la possibilità che ha l'economia di questo Paese di riprendersi".

 

Le misure proposte vanno dagli incentivi per chi assume donne, agli interventi sulle politiche familiari, ad una politica previdenziale che non penalizzi le interruzioni di carriera. Si chiede - come già avviene nel Nord Europa - che il congedo parentale obbligatorio passi dagli attuali 4 a 15 giorni continuativi. I voucher per babysitting - che tanto successo hanno riscontrato - devono diventare, come in Francia, una misura permanente. Come il bonus bebè e il bonus mamma: da non concedere a pioggia, ma legandoli al reddito Isee certificato ai 25 mila euro annui. Si prevede che la retribuzione spettante per il congedo parentale passi dal 30 al 40%.

 

Particolare attenzione al sud: sono previsti sgravi contributivi da concedere alla aziende che assumono donne al Sud (sconto del 40% sui contributi previdenziali fino ad un massimo di 3.250 euro) o donne vittime di violenza domestica o di genere. Si chiede l'introduzione di premi per le aziende che mettono in atto progetti favorevoli alla conciliazione dei tempi di vita e lavoro. S'incrementa di 10 milioni del Fondo di garanzia per le piccole imprese da assegnare per il 70%, a startup femminili. "Perché il lavoro e il reddito delle donne, oltre a renderle autonome, è un motore di traino per l'economia - dice Boldrini - non possiamo più permetterci di farne a meno".

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