Dalla plastica si produrrà combustibile. Sembra che il modo per disfarci del materiale più inquinante di tutti e ottenere energia a costi dimezzati sia finalmente stato trovato. La promessa viene da Grt Group, una società svizzera specializzata in energie rinnovabili, il cui amministratore delegato Luca Del Fabbro annuncia grandi cambiamenti. Dal prossimo anno saranno costruiti in Italia impianti poco ingombranti, grandi come un campo da tennis, e a zero emissioni dirette, perché basati sul meccanismo della pirolisi. In questi impianti entreranno le bottiglie e i sacchetti di plastica e uscirà carburante: 900 litri di combustibile simile al cherosene e al diesel per ogni tonnellata di plastica.

La pirolisi è un processo che determina la rottura delle catene molecolari che rendono la plastica rigida. Il tutto in assenza di ossigeno, cioè senza combustione e ossidazione e dunque senza emissioni. Gli impianti che si apriranno nel 2019 saranno i primi a livello industriale in Italia. Il salto tecnologico sembra essere stato fatto. Secondo le previsioni di Grt ogni impianto fornirà combustibile al costo di 25 dollari al barile, meno della metà del prezzo di un barile di petrolio. Ma mentre il petrolio, una volta estratto, deve essere trasportato e raffinato, aggiungendo costi economici e ambientali, la plastica viene prelevata in un raggio di poco più di un centinaio di chilometri dall’impianto: in questo modo si abbatte il 70% del totale delle emissioni di CO2 necessarie alla produzione di energia. Inoltre i pannelli solari che copriranno le strutture contribuiranno a produrre ancora più energia pulita.

Secondo i conti di Del Fabbro, che è anche vicepresidente del Circular Economy Network, l’osservatorio sull’economia circolare, ogni impianto di questo tipo consente di mettere al sicuro, evitando che finisca nel Mediterraneo, l’equivalente di un camion pieno di plastica al giorno. Con quattro impianti da 5 mila tonnellate si eviterebbero le emissioni di CO2 prodotte da 6 mila persone residenti in Italia. E si potrebbe fare a meno di una discarica grande 28 ettari, cioè 40 campi da calcio. Calcolando che nel nostro Paese si raccolgono facilmente circa 150 mila tonnellate di plastica l’anno, si potrebbe realizzare rapidamente un centinaio di impianti di questo tipo. 

E il vantaggio è che la materia prima non mancherà mai. Secondo il rapporto The New Plastics Economy della MacArthur Foundation, il 32 per cento del packaging in plastica (contenitori, bottiglie, vaschette, pellicole) finisce disperso nell'ambiente, il 14 per cento viene bruciato negli impianti di incenerimento con termovalorizzazione e il 40 per cento va in discarica. Solo il 14 per cento viene recuperato e appena l’8 per cento è davvero riciclato. Se si creasse un numero consistente di impianti basati sul recupero della plastica si potrebbero ottenere tre vantaggi. Evitare una quota di importazione di petrolio dal Medio Oriente, ridurre l’inquinamento prodotto dalla plastica (contaminazione marina, occupazione di territorio per le discariche, emissioni da incenerimento), rilanciare l’occupazione attraverso un’economia circolare legata al territorio e a basso impatto ambientale.

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