Vi siete mai chiesti come sarà il caffè del futuro? Questa bevanda è talmente amata che, secondo alcuni calcoli, nel 2080 la produzione di caffè non sarà sufficiente a coprire la domanda. Complice anche il cambiamento climatico in atto sul nostro pianeta.

Il caffè senza caffè

Se queste previsioni si rivelassero veritiere, quale bevanda berremo? La torrefazione finlandese Paulig è partita da questa domanda per creare la “Blend of 2080”, un caffè senza caffè. Ovviamente si tratta di una provocazione per creare un dibattito sulla sostenibilità della coltivazione del caffè ed evitarne così un triste futuro.

“Blend of 2080 mostra uno scorcio del futuro del caffè che nessuno di noi vuole vedere, e che, per fortuna, può essere evitato. Crediamo che una sostenibilità durante tutta la filiera del caffè, dalla pianta alla tazza, sia la chiave per garantire un futuro luminoso al caffè e noi di Paulig lavoriamo molto duramente per raggiungere questo obiettivo” afferma la Senior Manager Minna Lampinen.

La ricetta del caffè del futuro

Per creare il caffè senza caffè Paulig ha invitato il rinomato Coffee Expert Matt Perger che ha coordinato una squadra di professionisti affrontando una sfida quasi impossibile. Lo sviluppo della “Blend of 2080” ha richiesto molto tempo e il gusto raggiunto non sembra paragonabile nemmeno lontanamente a quello di un buon caffè.

In ogni caso, se qualcuno vuole cimentarsi in questo esperimento culinario, vi sveliamo gli ingredienti per questa miscela: malto d’orzo, fichi secchi, tè di pu’er fermentato e polvere di carruba. Vi basterà macinare il malto fino a ottenere una polvere fine e tritare i fichi, sbriciolare le foglie di tè e mischiare tutto insieme.

La Terza Onda per il caffè di altissima qualità

Mentre in Finlandia si tenta di creare la brutta copia della bevanda tanto amata, la “Terza Onda” si concentra su un caffè monorigine, etico e di altissima qualità. Per chi non lo sapesse, la “Terza Onda” (o Third Coffee Wave) è un movimento sul caffè, artigianale, curatissimo e di nicchia, che parte dai paesi anglosassoni e scandinavi e che diventa sempre più potente anche da noi.

La diffusione degli Specialty Coffees e dei microtorrefattori richiede, tra le altre cose, macchine adeguate alla realizzazione di piccoli lotti. “Abbiamo messo a punto strumenti che aiutano il maestro tostatore a creare la ricetta di tostatura capace di far sprigionare dalle monorigini il gusto e gli aromi desiderati. Anche sui modelli di piccole capacità – dicono Luca Giberti, Sales Manager, IMA Coffee Petroncini e Nicola Panzani, Strategic Marketing Manager, IMA Coffee GIMA.

Insomma, oggi in tutti i canali la parola d'ordine è “premiumizzazione”, ovvero la ricerca della differenziazione. L'attenzione sempre più spiccata verso la qualità in tazza coinvolge anche le attrezzature del bar, compresi i macinini. Le innovazioni prevedono un occhio di riguardo verso l’ambiente. Ecco infatti che la Nespresso ha presentato al CES 2019 “Capsulier”: una nuova capsula di acciaio riutilizzabile che consente di caricare nelle macchine compatibili il caffè che vogliamo e ne garantisce la qualità.

La concorrenza italiana agli Starbucks

La concorrenza con i grandi player mondiali del caffè deve passare attraverso un processo di adeguamento alle abitudini di consumo italiani a quelli stranieri. Soprattutto in relazione all’approdo di una catena simbolica come Starbucks, in Italia, è lecito cominciare a fare qualche riflessione rispetto alle trasformazioni che sta subendo il mercato italiano.

In effetti, se è vero che il made in Italy è apprezzato all’estero, è altrettanto chiaro il fascino che i prodotti stranieri esercitano sul consumatore italiano. Le caffetterie del futuro devono sempre più fare i conti con le nuove abitudini, che rivisitano il cibo e il bere all’italiana.

I competitor hanno creato un nuovo modo di offrire il caffè

Già da anni gli operatori del caffè italiano hanno intrapreso iniziative diverse, tra strategie e format, in modo da favorire l’affermazione del caffè italiano e controbattere l’espansione delle reti straniere delle caffetterie.

Intanto i competitor anglosassoni hanno capito che il mondo del caffè all’italiana, opportunamente sviluppato in chiave di marketing, poteva generare delle nuove realtà consumistiche. E così, hanno cominciato a pubblicizzare il caffè espresso, il cappuccino, il “frappuccino”, il caffè Verona, l’espresso decaffeinato, la tostatura all’italiana, ecc.

Oltreoceano si è cominciato a sfruttare il fascino che suscita l’aggettivo “italiano” sinonimo di buono e bello. Per poi creare un modo nuovo di produrre, di servire e di bere il caffè. Inoltre, gli americani, da maestri del marketing quali sono, hanno cominciato ben presto a differenziare il prodotto. Sia in termini di varietà che di origine dello stesso. L’offerta delle caffetterie anglosassoni spazia infatti dalle varie qualità al paese d’origine dei chicchi.

Hanno poi innovato nel senso di puntare al target dei giovani, dei turisti e degli stranieri. Più propensi a nuove sperimentazioni e a stili di consumo differenti. Hanno creato, perciò, un nuovo modo di offrire il caffè.

Nei nostri bar il caffè è ottimo, ma ha un difetto

Si beve in piedi in pochi attimi, ed è molto forte. Il bar all’italiana non favorisce il rilassamento e la socializzazione. Il cliente è normalmente solo, ha fretta di consumare e di uscire dal locale. Anche il layout non contribuisce a creare quell’atmosfera tipica dei caffè della tradizione classica.

Gli operatori italiani del caffè si sono già resi conto che per contrastare lo strapotere dei colossi stranieri, bisogna lavorare sullo stesso piano, ovvero attraverso le reti commerciali. Non necessariamente in franchising, ma anche in gestione diretta, purché con una visione e uno spirito di network.

 

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