Quanti giorni sono 10 anni? Dal 6 aprile 2009, il giorno in cui L'Aquila è stata distrutta dal terremoto, sono passati ben 3652 giorni, contando anche i due giorni in più degli anni bisestili. E se vi sembrano pochi, provate a immaginare un giorno senza i vostri cari, senza la vostra casa, la vostra scuola o la vostra piazza. E poi moltiplicatelo per 3652.

Questo è quello che ancora provano gli abitanti dell’Aquila, che la notte di 10 anni fa hanno visto cadere in pezzi non solo la propria città, ma anche la propria vita.

Una vita che stenta a riprendere forza. Lo si capisce visitando le vie dell’Aquila. In 10 anni molto è stato ricostruito, ma molto c’è ancora da fare. Troppo. Le periferie sono ormai completate da anni, e la parte di edifici privati del centro storico è a buon punto. Anche chiese e palazzi, ciò che rendono L'Aquila la città di Federico II, sono tornati a splendere. Quello che stenta ad andare avanti è tutto ciò che ricade sotto la categoria di pubblico.

Servirebbero procedure burocratiche più snelle e veloci, e allo stesso tempo attente al rispetto della legalità. Cosa impossibile, a quanto pare. E così la ricostruzione pubblica arranca, quando non è ferma del tutto.

 

Le scuole pubbliche dopo il terremoto

Sono passati 10 anni dalla notte del 6 aprile 2009. E sembra assurdo che in così tanto tempo nemmeno una scuola pubblica sia stata ricostruita. Una sola è in ricostruzione, la primaria Mariele Ventre nel quartiere periferico di Pettino. Le uniche due ricostruite e tornate in centro sono invece due private.

Così, mentre gli scheletri degli edifici in muratura rimangono come un monito, abbandonati ma con ancora dentro fascicoli e pagelle, ancora si discute su quali dovrebbero essere i luoghi dedicati alle nuove strutture scolastiche. Sono stati proposti tanti luoghi, dalla ex Caserma Rossi all’ex Ospedale di Collemaggio, ma finora nulla di concreto.

E c’è chi, in 10 anni di tempo, è cresciuto senza neanche sapere come sia fatta una scuola vera. Alcuni bambini non hanno mai studiato che tra le lamiere dei container, chiamati Musp, Moduli ad Uso Scolastico Provvisorio, consegnati nel settembre 2009 per fare fronte all’emergenza. Ma pur sempre container. Eppure per gli istituti scolastici sono disponibili da anni almeno 44 milioni.

 

Il centro storico dopo il terremoto

10 anni fa c’erano un migliaio di botteghe, tra le strade del centro storico, che rendevano L’Aquila una città viva. Oggi hanno riaperto circa 80 negozi e sono ancora pochissime le famiglie che hanno deciso di ritornare ad abitare il centro, nonostante le case del cosiddetto 'asse centrale' siano pronte.

Del resto, abitare e portare avanti un’attività in un cantiere a cielo aperto non è facile. Dopo il terremoto, la maggior parte dei cittadini non abitano più il centro storico, ma l’asse viario periferico di oltre 30 chilometri, che si snoda verso la periferia. Per andare in centro oggi serve per forza l'automobile. E la circolazione non è facile a causa della presenza di cantieri, strade chiuse, soste vietate, camion e auto degli operai, assenza di parcheggi.

E così, dal centro, mancano ancora molte attività come uffici pubblici, banche, assicurazioni, poste, scuole che lo renderebbero vivo anche di giorno. Di notte, la movida notturna sembra invece aver ripreso un certo ritmo, anche se mancano servizi, parcheggi e mezzi di trasporto che potrebbero aiutare l’esodo dalle periferie.

Nel frattempo spuntano come funghi i cartelli “affittasi” e “vendesi” di locali ristrutturati ma ancora mai riaperti e molti commercianti 'pionieri' rischiano la chiusura. Qualcuno parla dell’apertura di centri commerciali in periferia, ma la maggior parte dei cittadini non è d’accordo: per salvare il centro storico si deve agire nel centro storico.

 

I territori comunali dopo il terremoto

Il comune dell’Aquila conta 60 frazioni, per le quali vale un discorso ancora diverso. Onna, Paganica e Tempera mostrano evidenti i segni dei ritardi. In alcuni luoghi il tempo sembra essersi fermato alle 3:32 di quel 6 aprile di 10 anni fa. Il dato complessivo dei contributi concessi per tutte le frazioni è pari a 1.627 istruttorie per un totale di 6.765 unità immobiliari. Per le frazioni il Comune assicura di essere prossimo a varare misure “in grado di dare nuovo impulso all’approvazione delle pratiche e ad avviare i cantieri in tempi rapidi”.  Discorso simile per alcuni dei 56 Comuni del cosiddetto cratere sismico, di cui non si parla quasi mai, dove la ricostruzione muove appena i primi passi.

E anche le strutture d’emergenza post sisma iniziano a dare segni di cedimento. Molte delle 19 New Town, che dal 2009 furono costruite per ospitare 16 mila aquilani, hanno perso pezzi, come a Cese di Preturo dove sono caduti i balconi e sono stati messi i sigilli. In quelle ancora in buono stato e nei Map, le casette monofamiliari di legno, vivono ancora tremila sfollati.

 

La vita dopo il terremoto

La ricostruzione parte dalle cose concrete, ma ci sono crepe che non si richiuderanno mai. La notte del 6 aprile 2009 rimarrà sempre un grande spartiacque tra la vita dell’Aquila prima e dopo il terremoto. In quella notte hanno perso la vita 308 persone, 309 se si considera la bambina che aveva in grembo una giovane madre, che sarebbe dovuta nascere il giorno seguente al terremoto. Tra queste persone c’erano decine di ragazzi, di studenti, alcuni fuorisede, che hanno visto infrangersi sotto le macerie ogni speranza di futuro.

In ricordo delle vittime sono nati comitati e associazioni che lottano ogni giorno per fare giustizia e portare alla luce la verità sulla causa di morte di troppe vittime innocenti.

Recentemente i deputati Stefania Pezzopane, Chiara Braga e Fabio Melilli hanno presentato una proposta di legge che chiede un risarcimento economico ai parenti delle vittime dei terremoti del 2009 e del 2016-2017. "Abbiamo già una proposta al vaglio dei tecnici", ha fatto sapere Vito Crimi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla Ricostruzione.

Nel frattempo i giorni passano. E diventano anni.

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