I dubbi riguardano i tempi della dichiarazione prima e più ancora che i contenuti. Sean Parker, il primo presidente di Facebook, ma anche per dirne una il fondatore di Napster che è stata nella musica quello che il social network è stato nella vita di tutti, una rivoluzione, a neanche 40 anni, impegnato al vertice di una organizzazione per la ricerca sul cancro, punta il dito proprio contro i vecchi amici di Menlo Park.

Parlando di Facebook, ha detto che «cambia letteralmente la relazione di un individuo con la società e con gli altri. E forse interviene anche in modo negativo sulla produttività».

Diventato, per sua stessa ammissione, obiettore di coscienza rispetto ai social network, aggiunge un carico pesante parlando da pater familias: «Cosa sta succedendo al cervello dei nostri piccoli?» si è chiesto. Negli Usa gli studi e le ricerche sugli effetti dei social riempiono ormai scaffali e scaffali di librerie universitarie e non solo. La diagnosi ricorrente è quella di fear of missing out, il sentirsi fuori dal cerchio delle proprie amicizie se non si consulta compulsivamente il newsfeed. Dice Parker che Facebook sfrutta la vulnerabilità psicologica delle persone, e quello lo avevamo ormai capito. Quello a cui non eravamo preparati è che una nostra stessa sensazione fosse confermata, e così presto, dall'interno del mondo dei social network. Roba da augurarsi che i post si siano limitati a influenzare le elezioni, negli Usa e non solo, e che non abbiano inciso ancor più profondamente nelle nostre vite.

(L.C.)

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