La partecipazione come forma di comunicazione: la rete, il world wide web, funziona così. Non ci sono tanti controlli all’ingresso, dunque tutti possono partecipare e più o meno inevitabilmente quelli che prendono più spazio sono quelli che normalmente non hanno voce. Così quando finalmente hanno una possibilità rivendicano la loro esistenza invece che costruendo qualcosa postando veleno sotto forma di dubbi, quando va bene, di cattiveria e di insulti nella maggior parte dei casi.

La settimana passata a New York è stata celebrata una vittoria della rete, ovvero delle potenzialità che il web ha, per tutti, quando usato in modo positivo e propositivo. Due coincidenze hanno ispirato il Global Citizen Festival, ovvero il Festival dei cittadini del mondo. L’anniversario di un celebre discorso di Martin Luther King e l'assemblea all’Onu di gran parte dei capi di stato e di governo di tutto il mondo. “Rompiamo il muro di silenzio, diamoci da fare”: questo il manifesto dell'evento celebrato nell'età della incertezza. Non si trattava di un manifesto fine a se stesso, non bastava lasciare la propria mail, bisognava proprio partecipare a sette campagne. Attraverso i social, con messaggi e tweet indirizzati ai potenti per coinvolgerli in cause che andavano dall’aiuto ai paesi colpiti dagli uragani all’impegno contro le pandemie, dalla battaglia per evitare gli sprechi di acqua alla richiesta precisa di fermare i tagli all’assistenza dei più poveri e dei loro Paesi. C’era anche la possibilità di scrivere direttamente al Primo ministro svedese per ricordargli che l’istruzione, per tutti, non può aspettare.

La partecipazione come forma di comunicazione e di premio: chi ha scritto, chi si è dato da fare, ha meritato il biglietto per il concerto finale. Nessuno può lamentarsi di essere rimasto fuori, se vuoi essere dentro devi partecipare. Come ogni iniziativa sulla rete, anche il Global Citizen Festival deve essere valutato in tempi lunghi, è l’inizio di una semina non la chiamata al raccolto. Ma se il buongiorno si vede dal mattino si tratta davvero di una spettacolare dimostrazione di quante e quali possibilità siano legate all’economia della partecipazione. O sharing economy se volete chiamarla in modo globale. 

(L.C.)

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