«Dove ho messo il telefono?». Questa è una delle frasi più ricorrenti nella vita di tutti i giorni. Spesso accompagnata dal terrore di averlo perso, lasciato chissà dove. E se invece ce l’avessero rubato?
Il telefono è diventato un’estensione del nostro braccio, senza di lui ci sentiamo persi. Sarà che ora oltre a chiamare e mandare messaggi, lo smartphone ci aiuta a trovare il ristorante più vicino, tiene conto di quanti passi facciamo al giorno e delle calorie che perdiamo. Può fare così tante cose, che molti oggetti sono diventati superflui: torcia, orologio, calendario, agenda… E chi più ne ha, più ne metta. Ecco perché le nuove generazioni soffrono di nuovi incubi tecnologici.

Psychology Today, rivista di divulgazione psicologica, ha fatto qualche studio sull’impatto che le nuove tecnologie avrebbero su di noi. I dati rivelano che il 10% dei sogni hanno come protagonista un oggetto tecnologico. E sono in aumento elementi particolari e strani nei sogni degli adolescenti che passano il loro tempo libero davanti a playstation e videogame. La tecnologia non ha ripercussioni solo sui nostri sogni, ma anche sulla quotidianità. I nostri contatti sono aumentati, ma sono diminuite le conversazioni. Al riguardo, l’antropologa digitale Sherry Turkle ha notato una perdita della capacità di stare da soli e dell’empatia.

Che sia questo a dare maggiore forza al far web? I social che dovevano aiutarci a rimanere in contatto con amici di vecchia data e, magari, a conoscerne di nuovi, ora ci fanno confrontare con gli hater. Insulti, istigazione alla violenza e minacce fanno parte del lato oscuro del web, che colpisce i più giovani, ma non risparmia nemmeno gli adulti. Se già col bullismo non ci andava bene, con il cyberbullismo le cose peggiorano: ci risulta impossibile avere un attimo di pausa, i messaggi ci seguono fin dentro casa.

Per risolvere il problema è stata richiesta a gran voce una legge contro il cyberbullismo, ma mentre aspettiamo qualcosa dovremo pure fare. Oltre a contribuire all’alfabetizzazione digitale, per rendere chiaro che dietro a un profilo c’è una persona vera, il problema va cercato offline. Perché come ci ricorda Matteo Grandi, autore TV e responsabile del laboratorio sui social media dell’Università di Perugia, «l’odio è un problema sociale».

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