Già nel 2017 l’Organizzazione Mondiale della Sanità voleva includere il gaming disorder tra le nuove dipendenze del mondo contemporaneo. E nonostante le prime opposizioni del mondo accademico e scientifico, ora il disturbo è ufficialmente una malattia.

In occasione della 72a edizione della World Health Assembly in corso a Ginevra, i 194 membri dell'Oms hanno formalmente riconosciuto il «gaming disorder» come malattia, includendolo nell'International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems insieme a oltre 55mila malattie e patologie.  

 

Ma cos’è il gaming disorder?

Per «gaming disorder», infatti, si intende una serie di comportamenti ricorrenti legati al gioco manifestati da: una sempre maggiore priorità data al gioco, al punto che questo diventa più importante delle attività quotidiane e sugli interessi della vita; una continua escalation del gaming nonostante conseguenze negative personali, familiari, sociali, educazionali o occupazionali. 

Ma quando è uso smodato e quando è una malattia? Secondo l’Oms, se un soggetto ha questi comportamenti per almeno un anno, è considerato malato di gaming disorder. Tuttavia, questo lasso di tempo può variare nel caso in cui i sintomi manifestati risultino più gravi e tutte le condizioni diagnostiche vengano riconosciute prematuramente dai terapisti in fase di analisi.  

 

Non è una guerra ai videogame

Da quando esistono i videogame sono stati spesso oggetto di controversie. Ma le ragioni dell’inserimento nell’elenco delle malattie da parte dell’Oms sono chiare, e non è una guerra contro i videogiochi. Il dott. Vladimir Poznyak, coordinatore del Dipartimento di Salute Mentale e Abuso di Sostanze dell'Oms, ha difeso questa classificazione spiegando che “l'inclusione del gaming disorder nella classificazione è data dal fatto che fornisce agli operatori sanitari la possibilità di identificare questo disturbo, di diagnosticarlo se è presente e di collegare al paziente tutte le conoscenze disponibili. Ci consente di prevedere la sua causa e di identificare gli interventi di prevenzione e trattamento più appropriati”. 

In parole povere. Non si vuol fare la guerra ai videogiochi ma si vuole dare un aiuto agli operatori sanitari nel riconoscere questo disturbo per poi fornire terapie più efficienti

 

La Sony corre ai ripari

Anche se la classificazione ufficiale si avrà nel 2022, il mondo del gaming ha già cominciato a dire la sua. A partire dal presidente di Sony, Kenichiro Yoshida, che sostiene che la questione “va presa sul serio” e che sarebbe necessario adottare delle contromisure

Yoshida ha dichiarato: “Abbiamo già implementato un sistema di classificazione (per limitare i giocatori in base all'età) e abbiamo adottato misure basate sui nostri standard”. In effetti, da poco, il colosso nipponico ha imposto regole per limitare la circolazione di contenuti sessuali e violenti nei giochi pubblicati sulle sue console, oltre a fornire impostazioni di parental control su PlayStation 4, che limita il tempo di gioco per i bambini.

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