di Francesco Bogliari

È vero, non a tutti. È vero, siamo una minoranza. Le minoranze soffrono le regole del gioco del potere dominante, in politica come in azienda. Ma è solo dalle minoranze - e a volte anche dai "pazzi" solitari - che può arrivare la scintilla del nuovo, dell'inedito, del diverso. I poeti sono diversi, e diversi siamo anche noi - i pochi - che amiamo la poesia.

Apparentemente la poesia non serve a niente. E sotto certi aspetti è vero, per fortuna. Ma da un altro punto di vista la poesia stimola la creazione, il distacco dalle norme codificate, la formulazione di nuovi percorsi che possono portare ad approdi imprevisti. E da questi approdi chi vuole può ripartire per nuove avventure che a volte - con l'applicazione di tanta transpiration dopo l'inspiration - si traducono in cose buone e concrete per gli uomini.

Su cosa sia la poesia io non so rispondere. Se si sapesse rispondere (diffidate da chi dice di esserne capace) sarebbe una scienza esatta e si potrebbe magari misurare con la bilancia o con il metro o con l'anemometro, o produrre con un algoritmo (lo fanno già...; se è per quello, recentemente a Lucca è stato anche eseguito il primo concerto con un robot direttore d'orchestra...).

So però per certo che poesia non è solo quella fatta di parole e versi, da leggere ad alta voce o da far risuonare senza suono nell'intimità solitaria della propria mente.

Poesia sono le ardite costruzioni armoniche di Richard Strauss che nel Rosenkavalier accompagnano lo struggente canto d'addio alla giovinezza di Marie Therèse. E ancora le volute del flauto nella Cantata n. 8 di Bach: se Dio esiste, si è incarnato nelle note di Johann Sebastian. E che dire della sospensione del tempo - brevissima ma infinita - che precede il “Contessa perdono" nell'ultima scena delle Nozze di Figaro di Mozart?

O ancora il rosso urlato della Deposizione di Volterra del Rosso Fiorentino, lo stupore dei volti nella Flagellazione di Piero, o la desolata contemplazione del niente nei sacchi di Burri.

Wolfgang, Piero, Rosso, Richard, Johann Sebastian, Alberto, ma anche Gioacchino, Franz, Ludwig e tanti altri amici hanno accompagnato la mia vita di studente, di manager, di giornalista, di editore, insieme ai versi di Lucrezio, Dante, Kavafis, Leopardi, Rilke. Le mie cose migliori le ho create sotto l'effetto di quella droga ad altissimo tasso di assuefazione che si chiama poesia e di cui nessun chimico laureato a Stoccolma ha ancora scoperto - né mai scoprirà - la formula. Il miglior consiglio che possa dare ad amici e colleghi d'impresa è inoltrarsi anche loro in questo mare nel quale naufragare dolcemente. Ne usciranno migliori e più forti. Magari anche vincenti. Ma questo, alla fine, è solo un effetto collaterale.

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