di Giammarco D'Orazio

Mio padre era un atleta. Negli Anni ‘50 e ‘60 praticò diversi sport, con discreti risultati in alcuni, anche se, come per molti talenti, allenarsi con costanza non è stato il suo forte.

Mio padre era soprattutto un amante dello sport. Lo si sentiva a pelle. Passavamo da un campo di calcio ad uno di atletica, da una palestra di pallacanestro ad una piscina.

Io sono stato un atleta e sono soprattutto un amante dello sport. Non mi è stato trasmesso, l’ho accolto con tutto me stesso.

Nel 1974, a due anni e mezzo, ero allo stadio a festeggiare con il ciucco lo scudetto della Lazio. Sono poi stato alle Olimpiadi, a campionati europei e mondiali di diversi sport, ho visto dal vivo tre dei quattro Slam di tennis. E così via.

Io sono un amante dello sport. Amo sudare perché mi connette a quelle sensazioni; ho l’adrenalina quando c’è qualche competizione importante come se fossi lì, in campo, su una pista, in acqua; amo parlare di sport, tanto da essere invasivo o logorroico; amo leggere e vedere lo sport.

 

Articolo 1 della CostituzioneL’Italia è una Repubblica fondata sullo sport”.

 

Io sono un amante dello sport. E l’ho sempre immaginato come una guida spirituale. Per questo sono dalla sua parte senza se e senza ma anche quando incrocia la politica, le battaglie per i diritti civili, le rimostranze.

Io sono un amante dello sport e mi sono venuti i brividi quando ho visto lo slogan delle Olimpiadi di Londra 2012: “Inspire a generation”, vogliamo ispirare un’intera generazione.

Potrebbe essere quello di un leader? Si, anzi dovrebbe esserlo, perché come diceva De Gasperi “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione”.

Io sono un amante dello sport anche quando vedo gli atleti esprimere qualcosa che va oltre un tempo o un punteggio.

Dal pugno alzato di Tommie Smith alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, alle prese di posizione di Moahmed Ali; dalla nostra Elisa di Francisca che sale sul podio a Rio 2016 con la bandiera dell’Unione Europea, allo spagnolo Fernando Alvarez che hai campionati europei master di nuoto non si tuffa per protesta.

Lo sport è cambiato? Certo, ha semplicemente seguito l’evoluzione della società.

Negli anni 60 e 70 Pelè e Ali sono state le prime icone mondiali.

Negli anni 80 e 90 con Maradona e Michael Jordan sono arrivati i fenomeni globali, conosciuti in ogni angolo del globo, che muovevano anche moltissimi soldi.

Gli anni 2000 ci hanno portato prima Kobe Bryant e Roger Federer, poi Usain Bolt, Messi, Cristiano Ronaldo, per finire con Lebron James.

Toglietevi la casacca del tifoso e osservate atleti che hanno vinto qualsiasi trofeo, che hanno battuto record su record, che muovono cifre astronomiche tra diritti televisivi, merchandising e qualsiasi altro business collegato.

Sono ora atleti che hanno un potere enorme, amplificato da decine di milioni di fan, reali e virtuali, la politica lo ha capito ma non ha trovato le contromisure.

Il Presidente Trump sta aggredendo i giocatori di football americano della NFL e quelli del basket NBA, rei a suo dire di non rispettare le istituzioni, inginocchiandosi durante l’inno americano o rifiutando di andare alla Casa Bianca. Ne è nato un nuovo sport globale per il quale sono scesi in campo centinaia di atleti, decine di allenatori e proprietari di squadre e milioni di fan.

E forse ci siamo. Forse siamo arrivati al punto in cui converrebbe lasciare allo sport quello che è dello sport, dalla possibilità di decidere su se stesso, all’opportunità di “Inspire a generation”.

Io sono un amante dello sport.

E Il futuro dello sport è lo sport che guida il nostro futuro.

 

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