di Elisa Ravella

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, viene detto per i supereroi.

Riflettendoci, credo invece che tutti gli uomini - specialmente in questi anni di grandi stravolgimenti culturali, sociali e umani - debbano ricordarsi della grande responsabilità di essere uomini.

Per me ha sempre voluto dire ricordarsi che la vita è un dono spettacolare - e lo dico da laica! - che gli esseri umani sono capaci anche di grandi atti di umanità e coraggio, e, soprattutto, di risollevarsi quando vengono messi in ginocchio dalla storia, evolvendo persino! Che la speranza e la visione di un futuro migliore - quale che sia l’individuale interpretazione di cosa “migliore” rappresenti - devono essere stimoli e forze propellenti.

Il recente attentato mi ha riportato indietro nel tempo. Tutti gli attentati legati per modalità o rivendicazioni ad al-Qaeda mi riportano a quel primo attentato, quello che ha cambiato per sempre il corso della storia contemporanea. Ricordo quel giorno in ogni minimo dettaglio. Lavoravo per l’Istituto Americano di Archeologia a Boston. Ero arrivata in ufficio alle 8.30 perché stavamo organizzando una conferenza internazionale per il mese successivo e c’erano ancora molti dettagli da finalizzare. Ero alla mia scrivania quando la moglie del direttore entrò costernata dicendomi che avevano appena riportato che un aereo si era schiantato in una delle torri del World Trade Center. Il tempo di andare nella hall centrale del dipartimento dove c’era un televisore che le immagini ritraevano un secondo aereo schiantarsi contro l’altra torre. Eravamo tutti sgomenti a fissare quelle prime immagini ed i reporter annunciare che i due voli erano partiti da Boston! Attorno a noi si sentivano ormai molte sirene della polizia e dei vigili del fuoco. Arrivavano notizie contrastanti su quanto successo e allarmi circa un’auto-bomba posizionata fuori dal palazzo del governatore. Di lì a un’ora, quando giunsero le notizie degli altri due voli, il caos regnava ormai sovrano in tutta l’università.

Personalmente, non avevo alcun paragone su cui modellare le mie reazioni, per sapere come affrontare una simile situazione e quello che essa comportava, per immaginarmi come ricominciare e come concepire il futuro dopo questa linea di demarcazione brutalmente tracciata nel flusso della storia l’11 settembre del 2001. Mai prima di allora avevo dovuto affrontare, in prima persona, un percorso di presa di coscienza di un atto così atroce e vasto: le stragi italiane e le “famigerate” bombe le ho vissute solo come occasioni di ricordo e manifestazione, e gli annunci degli omicidi Falcone e Borsellino erano sembrati comunque troppo lontani, troppo circoscritti. Certamente, come europea cresciuta con le nozioni di tali atti successi nel mio paese o in paesi vicini, avevo però almeno un vago senso del fatto che nessuno è mai veramente al sicuro, che eventi drammatici e criminali avrebbero potuto costellare le vite delle persone attorno a me. Gli americani, invece, avevano completamente rimosso Pearl Harbor ed erano tornati alla loro beata innocenza: per loro era inimmaginabile.

Per giorni, i luoghi pubblici furono desolati come in una città post-atomica. Per settimane, la vita sembrò essersi arrestata. Ci sentivamo tutti come uno di quegli orologi rotti che segnano per sempre l’ora di un evento. Per mesi, dopo aver appreso della morte nel World Trade Center di due persone a me vicine, provai solo rancore e vuoto, una macchia scura e minacciosa dilagare dal centro del mio petto. In quei giorni, fu difficile ricordarsi della responsabilità che ognuno di noi - sopravvissuto e spettatore – aveva nei confronti non solo di chi aveva subito gravi perdite, ma anche delle generazioni future che dalle nostre reazioni avrebbero dovuto imparare.

Ricordo la difficoltà di convincere i ricercatori americani e stranieri a confermare la loro partecipazione. Una volta che la vita riprese a scorrere nonostante l’accaduto, vi furono lunghe telefonate e email per rilanciare la rilevanza della conferenza e del valore che ogni singolo intervento avrebbero avuto non solo sul tema circoscritto ma come messaggio di lotta, di rivalsa, di speranza in un futuro che doveva essere tracciato ex-novo. E alla fine, tutti quelli che avevano confermato vennero e addirittura altri si aggiunsero alla lista dei partecipanti e dei relatori cogliendo in pieno la sfida e l’inno alla vita!

Alla fine, anche io e la mia famiglia riprendemmo a viaggiare – con fatica e preoccupazione perché subito dopo quell’attentato ci fu quello mancato sul volo Parigi-Miami sul quale un passeggero aveva cercato di innescare l’esplosivo contenuto nel tacco delle sue scarpe! Eravamo la famiglia cliché che guardava male ogni passeggero con qualche ben che minima caratteristica araba nei lineamenti del viso o nell’abbigliamento! Eravamo terrorizzati: quelle che erano sempre state grandi passioni – volare e viaggiare in genere – erano diventate un incubo da affrontare. Ma come per tante cose nella vita, lo spirito di sopravvivenza, la grande volontà di cambiamento e di rivalsa contro chi vuole annichilire ci aiutarono a superare anche le situazioni più difficili.

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, dico quindi a noi tutti sopravvissuti e spettatori anche di quest’ultimo attentato. E questo potere è grande e va usato veramente bene. Bisogna educare al suo uso corretto, prendere esempi illuminati che ci diano modelli esemplari da emulare.

Il futuro che vorrei dovrebbe arrivare già domani ed essere popolato da persone che, come Antoine Leiris, prendono questa grande responsabilità con coraggio e onore e mostrano il loro potere nel dire a gran voce che chi opera in questo modo ignorante e malvagio non è neppure degno di odio, che le persone che sono salde in questa visione di speranza in un futuro migliore sono libere e felici e più forti di quanto questi terroristi potranno mai essere. Questo potere è quello che fa veramente la differenza, che ci eleva come esseri umani, che muove la terra e ci fa guardare all’orizzonte di cambiamento di fronte a noi.

Il futuro che vorrei sarà così profondamente cambiato dallo spirito di queste persone esemplari da innescare una nuova evoluzione darwiniana, ma questa volta atta a eradicare i geni dell’odio e della prevaricazione. 

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