di Maurizio Boschini

Immaginate di avere a disposizione un gioiello di architettura ed acustica costruito più di 250 anni fa. Immaginate che sia uno dei teatri più belli di Italia, quindi del mondo.

Immaginate che in questo teatro lavorino circa 250 persone, di cui una novantina di professori di orchestra di altissimo livello, una sessantina di validissimi coristi, tecnici di provata esperienza tra cui scenografi, macchinisti, attrezzisti, maestri delle luci e del suono nonché ottimo personale amministrativo.

Immaginate, ma qui vi servirà meno immaginazione, che, come per tutte le Fondazioni Lirico Sinfoniche italiane, lo Stato, riduca le sovvenzioni e giustamente richieda di mantenere alta la qualità delle opere, dei balletti e dei concerti rappresentati e che altri Enti Pubblici come la Regione o il Comune non possano, altrettanto giustamente, garantire aiuti economici a copertura degli squilibri di bilancio che le minori entrate statali possono generare.

Immaginate comunque di avere come Fondazione Lirico Sinfonica la “mission” di fare conoscere la musica ed il bel canto italiano, uno dei valori più alti della nostra incredibile Italia, nella vostra città e nella vostra area metropolitana, nella vostra Regione, nella vostra Nazione, ma soprattutto nel mondo.

Immaginate quindi, come ha la fortuna chi vi descrive queste situazioni, di essere alla fine del 2017 all’ufficio Marketing e Comunicazione della Fondazione Teatro Comunale di Bologna, dentro alla sala costruita dal Bibbiena nel 1763 e rimasta architettonicamente uguale ad allora, in una bellezza che solo in Italia può esserci, in un Teatro che non a caso non si chiama “Regio” perché costruito per un re e per la sua corte, ma “Comunale” perché costruito dalla “Comune” ( giustamente al femminile) di Bologna, su quelli che erano i resti del Palazzo dei Signori Bentivoglio,  assaltato duecento anni prima dalla popolazione indignata  ed unico per essere “incastonato” nel cuore di una cittadella universitaria (peraltro della Università più antica del mondo) popolata da circa 40.000 giovani studenti.

Bene, immaginate tutto questo, e soprattutto, dopo la esperienza ad esempio del bolognese Mauro Felicori alla Reggia di Caserta, o quello sta accadendo agli Uffizi o in altri tesori della cultura italiana, di essere di fronte, come protagonisti, a quella dicotomia  - sempre più al limite della schizofrenia -  che esiste nell’ambito di chi lavora all’interno dell’immenso patrimonio dei beni culturali tra sostenitori della “conservazione” e convinti assertori della “fruizione” di questo nostro immenso capitale che è la nostra cultura, tra chi ancor oggi sostiene, come diceva paradossalmente un Ministro dei Beni Culturali che “con la cultura non si mangia” e chi, come il sottoscritto, ritiene che non abbiamo capitale maggiore e possibilità di “incoming” così alto come in nessun altro comparto che non sia appunto nei nostri “beni culturali”.

Bene, immaginate tutto questo e fate un ultimo sforzo, ma non vi ci vorrà molto. Immaginate di non avere un euro perché siamo all’interno di un Piano di risanamento che consenta al Teatro, come ad altre sette Fondazioni Lirico Sinfoniche italiane (su 14!) di ottenere un pareggio strutturale di bilancio (pur mantenendo, come si è detto, l’attuale alta qualità) ma allo stesso tempo di pensare che nel 2018 questo meraviglioso immenso patrimonio non possa essere fruito solo da un gruppo ristretto di bolognesi che, fortunatamente, sostengono il Teatro  pagando  abbonamenti e biglietti per la stagione “Opera e danza” e/o per la stagione “Sinfonica”, ma che, grazie ad un progetto di digitalizzazione del Teatro, grazie a un nuovo sito web, ad uno streaming di alto livello, ad una diffusione di APP mirate ad un pubblico giovane, ad interventi di realtà virtuale e di realtà aumentata, possa rendere fruibile questo gioiello del 1763 a chi nel 2018 vuole giustamente apprezzare e godere di questa bellezza.

 Il budget di partenza è zero e per fare tutto ciò, e farlo bene, servono alcune centinaia di migliaia di euro.

Ma noi siamo già partiti e camminiamo sulla rambla. Se potremo avere il privilegio della vostra buona compagnia non solo ci sentiremo meno soli, ma soprattutto avremo più voglia di raccontarvi progressivamente il nostro incredibile percorso.  Vamos!

 

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