Rambla, una strada aperta alla danza collettiva delle idee

Domenico Repetto: «Voglio iniziare facendo outing. Fino a 24 anni non sapevo nemmeno che la Rambla esistesse...»

Desidero iniziare questa collaborazione facendo outing. So che se lo faccio poi mi sentirò meglio e riuscirò a scrivere di lavoro e tecnologie senza nutrire un logorante senso di colpa. Confesso che fino al 1987 (a 24 anni) non sapevo che esistesse e cosa fosse la Rambla. E anche dopo, fui convinto che si trattasse di una lunga scalinata che portava dal centro di Barcellona fino al mare, con tanti scalini colorati con maioliche sgargianti.

Perché avevo questa convinzione? Avrei potuto sfogliare un’enciclopedia (all’epoca si faceva così) oppure chiedere ad un amico, comportamenti assolutamente logici per uno amante dei libri e con molti amici. In realtà, io non volevo sapere come era la Rambla. Lo volevo scoprire, la volevo vedere di persona, con le scale e le maioliche oppure senza.

Il motivo di questa contraddittoria curiosità era tutta nel nome. Rambla mi evocava un’idea di flusso vorticoso, inarrestabile, di umanità che si accalcava da e verso il mare, come un’enorme compagnia di ballo che recitava una coreografia di danza contemporanea.

Rambla era, per me, sinonimo di divenire senza sosta, di giornate trascorse a muoversi tra locali e mercati, tapas e sangria. Insomma, senza averla mai vista, stava diventando un luogo comune in tutti i sensi. Non mi soffermo sull’effetto che mi ha prodotto averla vista la prima volta.

Posso dire che il luogo comune ebbe la meglio sull’immaginazione più fervida e che il posto più interessante fu (e continua ad esserlo) il mercato.

Quanto fin qui detto per cercare di spiegare che il nesso che intercorre tra ciò che facciamo e immaginiamo nel passato e quel che ci attende nel futuro è l’esperienza, intesa come concreta manifestazione del nostro pensiero applicata alla realtà del presente. Essere (o meglio pensare) Rambla, quindi, per me significa dare un senso all’immaginazione che applichiamo a ciò che vorremo vedere domani: una strada chiusa al traffico dei luoghi comuni e aperta alla danza collettiva delle idee.

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