Robotaxi, l’Italia resta ferma alla fase dei test

Per anni la guida autonoma in Europa è stata materia da convegni. Nel 2026 è diventata una questione di autorizzazioni e di chilometri percorsi: i primi servizi commerciali sono partiti davvero, ma non nelle capitali che ci si aspettava. L'Italia, intanto, non è tra queste.

A inizio giugno Niulinx, spin off del Politecnico di Milano, ha ottenuto dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti il via libera a sperimentare veicoli a guida automatica su strade pubbliche. Le prove si svolgono nelle aree urbane di due comuni: Cernusco sul Naviglio, per circa 279 chilometri, e Brescia, per oltre 635. Il mezzo è una Fiat 500e attrezzata con sensori e centraline dell’azienda, che ad aprile ha raccolto 38 milioni di euro con A2A e Cdp Venture Capital in testa. La prima dimostrazione pubblica si è tenuta il 25 giugno a Segrate.
Il modello di servizio, però, è più prudente di quello statunitense. L’automobile raggiunge da sola il cliente viaggiando vuota a non più di 30 chilometri orari, poi al volante sale una persona che guida fino a destinazione, e a quel punto il mezzo riparte da solo verso l’utente successivo. Un ibrido che l’azienda chiama robo sharing, con un safety driver a bordo durante i test. L’obiettivo dichiarato è arrivare all’omologazione in tre anni.

Che cosa permette la legge italiana

La cornice normativa resta il decreto Smart Road, il decreto ministeriale 70 del 28 febbraio 2018, scritto quando i veicoli senza conducente erano un’ipotesi da laboratorio: l’autorizzazione ai test la rilascia la Motorizzazione, sentito un osservatorio tecnico del ministero, e un servizio commerciale senza persone al volante oggi non è previsto. Per aprire quella strada servirebbe un ripensamento del Codice stradale, che la guida autonoma non la contempla. Che il ritardo non sia solo tecnologico lo ha ricordato a giugno anche un incontro di Federtrasporto con il Freight Leaders Council: mentre migliaia di veicoli automatizzati circolano in Cina e negli Stati Uniti, qui si parla ancora di prototipi, per mancanza di regole omogenee e di investimenti.

Il primo robotaxi europeo è a Zagabria

L’8 aprile a Zagabria è partito il primo servizio commerciale di robotaxi in Europa: lo gestisce Verne, azienda croata con la tecnologia della cinese Pony.ai e la piattaforma di Uber. Si prenota dall’app, l’area coperta è di circa 90 chilometri quadrati e comprende l’aeroporto, con operatori formati ancora seduti a bordo.
Poche settimane dopo si è mossa Londra. Il 5 agosto Transport for London ha rilasciato le licenze da noleggio con conducente ai veicoli della britannica Wayve, che opereranno sulla piattaforma di Uber: fino a quindici automobili per un anno di prova, con un autista a bordo pronto a intervenire. In otto settimane più di centomila londinesi si sono iscritti alla lista d’attesa. Per togliere l’uomo dal sedile servirà comunque un secondo permesso, previsto dalla legge britannica sui servizi passeggeri automatizzati.
Qualcosa si muove anche a Bruxelles: l’8 giugno diciotto Stati membri, Italia compresa, hanno firmato con il commissario ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas una dichiarazione d’intenti per creare aree di prova transfrontaliere, con omologazioni e permessi armonizzati e venti milioni di euro di primo finanziamento. Non è un atto vincolante. Il problema, per ora, resta che una vettura autorizzata in un Paese si ferma al confine con l’altro.

 

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